Il centrocampista, nonché leader, del Sassuolo Nemanja Matic ha parlato ai microfoni de La Gazzetta dello Sport rilasciando una lunga intervista in cui ha raccontato il suo arrivo in neroverde e non solo.
L’inizio di carriera in Slovacchia
“All’inizio della mia carriera in Serbia nessuno credeva davvero in me. Giocavo in terza divisione e guadagnavo appena 75 euro al mese. Con quei soldi era impossibile vivere di calcio, così lavoravo come taglialegna insieme a mio padre. Avevo due grandi sogni: diventare un calciatore professionista e giocare con la Stella Rossa. Pensavo che sarebbero rimasti solo sogni. Poi arrivò l’occasione di un provino al Košice. L’allenatore Jan Kozák decise di puntare su di me e da lì cambiò tutto. Con il Košice vincemmo la Coppa di Slovacchia nel 2008-09 e poco dopo arrivò la chiamata del Chelsea. Nel frattempo il Košice si qualificò anche per l’Europa League, dove affrontò la Roma: pareggiammo 3-3 in casa e perdemmo 7-1 all’Olimpico. In campo, tra l’altro, c’era anche mio fratello Uroš”.
Il soprannome ‘Il Lupo’
“Allo United Pogba, Lingard e Rashford mi avevano dato un soprannome. Giocavamo spesso a carte e dicevano che io trovavo sempre la mossa migliore, la strada giusta per vincere. Per questo mi chiamavano ‘il Lupo’”.
Perché Matic ha lasciato la Roma?
“Amo molto i tifosi della Roma. Meritano molto di più di quello che hanno avuto negli ultimi anni. Lo stadio è sempre pieno e si sente tutta la loro passione. Una piazza così dovrebbe poter lottare per lo scudetto ogni stagione, invece non succede da troppo tempo. Io andai via soprattutto per una questione di rispetto. I dirigenti mi avevano fatto alcune promesse che poi non sono state mantenute. Il rinnovo veniva rimandato continuamente e, a un certo punto, ho scelto di cambiare strada. Non ero più un ragazzino disposto ad aspettare. Alla Roma si ragionava solo su contratti annuali e ho deciso di guardare ad altri progetti”.
L’arrivo al Sassuolo
“La trattativa con il Sassuolo è nata durante un incontro a Milano. Con me c’erano Giovanni Carnevali e Fabio Grosso. Mi hanno spiegato la filosofia del club, l’attenzione per i giovani e il progetto tecnico. Poi ho visitato il centro sportivo, che è davvero splendido. Per me è importante allenarmi in un ambiente che mi piace. Qui ci sono tanti ragazzi giovani e posso dare una mano con la mia esperienza, spiegare alcune cose e aiutarli a crescere. A fine stagione parleremo di nuovo con la società: se io sono felice, non ho alcun problema a continuare. Anche Carnevali sogna di vedere il Sassuolo in Europa. Nel primo mese ho capito che la salvezza non può essere il nostro unico obiettivo, anche se per crescere serve tempo. Non dimentichiamo che il Sassuolo è appena tornato dalla Serie B”.
Le freccette
“Qui al Sassuolo nello spogliatoio abbiamo un gioco molto competitivo: le freccette. Abbiamo creato diverse ‘categorie’, un po’ come nelle competizioni europee: Champions League, Europa League, Conference League e Serie B. Nella Champions siamo io, Idzes, Pinamonti e poi uno tra Berardi e Thorstvedt. Il mister Grosso invece era in Serie B ma è appena salito in Conference: si sta impegnando molto, però non è facile. Per salire di categoria devi battere nello stesso giorno tutti i giocatori del livello superiore. Se non ci riesci, scendi direttamente in B”.
L’espulsione di Matic contro l’Inter
“L’espulsione? È stata solo un’incomprensione. Ho detto un ‘vaffa’ generico e ho fatto un gesto con il braccio. L’arbitro ha pensato che fosse rivolto a lui e mi ha espulso. Ma se questo fosse il criterio, ogni partita finirebbe con molte espulsioni”.
Il calcio italiano fa fatica?
“Il calcio italiano, secondo me, è rimasto un po’ fermo agli anni Novanta. Il primo problema riguarda i settori giovanili. L’ho visto anche con mio figlio: in Inghilterra e in Francia le accademie sono molto più avanti. Lì insegnano ai ragazzi a dribblare, sviluppano la tecnica e li incoraggiano a divertirsi trovando soluzioni creative. In Italia, invece, la tattica pesa troppo. È importante, certo, ma spesso finisce per limitare i giocatori. Molte squadre giocano con la difesa a tre e attaccano poco. Si dice che manchi intensità, ma è difficile averla se l’attenzione è quasi tutta sulla fase difensiva nella propria metà campo. Servirebbe un progetto più innovativo, altrimenti tra qualche anno la situazione rischia di peggiorare. E mi dispiace, perché ormai faccio parte del calcio italiano e vorrei vederlo crescere”.
La Serie A è un campionato per vecchi?
“Non credo che il problema dipenda solo dal campionato in cui giochi. Poi entrano in gioco anche le qualità individuali. Prendiamo Modrić: è uno dei migliori al mondo e potrebbe giocare ovunque, in Premier League, nella Liga o in qualsiasi altro campionato. È giusto analizzare cosa non funziona in Serie A, ma non bisogna mai dimenticare che giocare in Italia resta molto difficile”.
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