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Carnevali: “La mia crescita, la famiglia Squinzi, De Zerbi, Dionisi, dico tutto…”

Le dichiarazioni dell'a.d. neroverde ai microfoni della Radio ufficiale della Serie A

carnevali

Le parole dell’amministratore delegato, Giovanni Carnevali, ai microfoni di Radio TV Lega Serie A, intervistato da Alessandro Alciato, al quale ha parlato a cuore aperto di svariati temi. Ecco le sue dichiarazioni.

L’incontro con il calcio?
Una grandissima passione trasmessa da mio papà che è grande tifoso di calcio e quando ero piccolo mi portava sempre a vedere le partite dell’Inter, ho fatto tante trasferte.

Questo mi ha permesso di amare questo sport e di fare qualcosa di bello. Poi crescendo ho giocato a calcio, nella Solbiatese un anno, facevamo le amichevoli ogni mercoledì con il Varese, quindi la passione cresceva, migliorarsi nell’aspetto della conoscenza, finché un giorno potevo andare in un altro club ma rinuncia per poter rimanere nel mio paese, finché con mio papà prendemmo una squadra di calcio, la Milanese calcio, e lì ho iniziato a fare il dirigente e mi è servito per capire dalla base come funziona questo mondo.

Sono stati anni belli e interessanti perché la mia conoscenza, gli studi di marketing e comunicazione, fare anche qualcosa di diverso e mi ha permesso di costruire una società di dilettanti con una visione di un certo tipo che in quegli anni è impensabile.

Vincemmo un campionato giovanissimi, 17 su 18 ragazzi riuscimmo a trovare una collocazione, solo uno non interessava ad altri club. Questo mi ha permesso un giorno di incontrare Marotta e da lì è iniziato un rapporto di un certo tipo“.

Avevi un idolo da piccolo?

Mio papà è tifoso interista, io simpatizzante, ma amavo il calcio, non avevo poster in camera. Giocavo nel corridoio con la palla di spugna, io contro io, vincevo sempre“.

Che Milano era quella della tua gioventù?

Io amavo lo sport, bisognava studiare. In quegli anni c’era un po’ di politica nel nostro mondo ma a me non è mai interessata. Si giocava ovunque e aspettavi la domenica per giocare“.

Hai rifiutato la Salernitana?

Avevo una proposta della Salernitana ma ho rinunciato perché avevo degli amici che avevano giocato in piazze importanti. Mi ricordo alcune frasi ‘se vai bene ti portano alle stelle ma se vai male è un bel problema’, non era il mio obiettivo fare il calciatore.

Un grande club sì ma ero anche conscio dei miei limiti. Avevo 25 anni quando ho detto no alla Salernitana. In quel periodo avevo gli studi da portare avanti, stavo bene all’interno della mia famiglia, poi tante cose non succedono per caso.

Io rinunciai alla Salernitana e mi proposero di acquistare questa società e da lì è iniziato il mio percorso, credo molto nel destino“.

Com’è stato il tuo inizio alla Milanese?

Mio papà presidente, io vicepresidente ma quello che lavorava ero io. Nei dilettanti c’è tanta gente che lo fa per passione.

Io iniziai a prendere ragazzi giovani e allenatori giovani che magari erano già stati con me, alcuni sono cresciuti e ad esempio Fulvio Fiorin che è stato al Milan con Inzaghi, tanti hanno fatto carriera.

Prendemmo un pullmino per i ragazzi, un osservatore che andava negli oratori, e questo ci ha permesso di ottenere dei risultati importanti in pochi anni“.

Hai sentito la scintilla per fare il dirigente?

Non ho mai avuto questo obiettivo, io volevo crescere, imparare, capire quale potesse essere il mio futuro. Ognuno di noi ha una famiglia che ti tramanda il suo lavoro.

I miei erano commercianti e sono nato all’interno dei loro negozi, da piccolino stavo all’interno e ho assistito anche al loro percorso di crescita perché da un piccolo negozio sono diventati degli imprenditori.

Ho potuto imparare l’arte del commercio in quegli anni, i sacrifici che si fanno. Avevano un negozio di elettrodomestici, ho iniziato nei magazzini, ho fatto tantissime consegne a casa dei clienti, ho fatto il venditore.

Partendo dalla Milanese Calcio ho potuto conoscere meglio quel mondo, di cui ne sono molto affascinato. Poi un giorno mi chiamò Marotta che era appena arrivato al Monza e aveva acquistato due giocatori da noi.

Andai a Monzello e con Marotta nasce subito un bel feeling. Io lo conoscevo come dirigente e lui mi conosceva come giocatore. Io gli dissi subito ‘state prendendo due giocatori ma secondo me ce n’è un altro che è il più bravo di tutti, che era il 18esimo’.

Marotta mi diede fiducia e mi disse ‘prendo anche questo’. E io glielo diedi gratis. Da lì è iniziato questo rapporto di fiducia, è stato il mio maestro. Si andava a Coverciano in quegli anni e gli dicevo ‘guido io la macchina’, per me era un motivo per poter imparare qualcosa.

Sono grato a lui. Ho fatto 3 anni a Monza, l’unico giocatore arrivato in Serie A, Fabio Cinetti che andò all’Inter per più di 1 miliardo, 5 presenze in A, per cui vuol dire che ci avevamo visto giusto“.

Com’è nata questa amicizia con Marotta?

C’è sempre stato un grande rapporto di stima e amicizia. Quando Marotta andò al Como, io avevo l’opportunità di andare a fare il direttore generale a Pavia, poi dopo ritornai con lui a Como e a Ravenna.

Io in quegli anni facevo il team manager, stavo in panchina, ma era un team manager evoluto: mi occupavo della parte sportiva, il marketing, e lavorando poi per varie società il numero di persone era molto limitato e si lavorava in tanti ambiti.

Da lì è nato un rapporto di amicizia ma anche di litigi, quando si fanno le trattative bisogna fare gli interessi del proprio club“.

Litigi?

Più di uno. Tante volte è capitato di parlare di interessi di altri club, si discuteva, e tante volte l’accordo non si riusciva a trovare: era sempre una discussione.

Il litigio è nella trattativa, una trattativa animata, dove ci sono anche persone che assistono e si divertono a vedere due amici che discutono. Le discussioni maggiori nascono quando ci sono di mezzo gli atleti“.

Per Berardi?

No, non abbiamo mai litigato per Berardi. Avevamo trovato un accordo quando Marotta era alla Juve e il giocatore fece una scelta diversa ma non è mai stata una rinuncia nei confronti della Juve ma la volontà di rimanere al Sassuolo perché aveva l’ambizione di giocare in neroverde per qualcosa di importante e in quegli anni c’era questa possibilità“.

In quei casi Carnevali si arrabbia o è felice?

Mi dispiace quando c’è una cessione, e ne abbiamo fatte tante, sono felice quando un giocatore resta perché ci si lega, ti hanno aiutato in questi anni, lasciarli ti dispiace sempre tanto“.

Hai avuto la sensazione che lui non voglia uscire dalla sua comfort zone?

A Sassuolo si sta bene, è vero, anche se ci sono cose positive altre un po’ meno positive. Domenico è un ragazzo speciale.

A volte viene criticato su delle cose che non trovo nemmeno giuste e corrette. A volte si criticano questi giocatori che sposano questo club e questa maglia.

C’è un legame veramente speciale con la società, è la nostra bandiera. Negli anni ovviamente possono cambiare delle cose ma nonostante le tante richieste lui ha scelto di continuare con noi e questo deve essere visto come un valore, un valore umano, poi ci sta che come successo quest’anno aveva l’idea di cambiare maglia, fa parte di un percorso“.

Cosa è successo?

C’era un interessamento della Juve, non proprio concreto, perché non siamo mai arrivati a una vera e propria trattativa.

Probabilmente la Juve aveva idee diverse, una trattativa tra la società con i procuratori e questa non è una buona cosa e non ci ha aiutato, di concreto c’è stato ben poco. Nella sua testa c’era l’idea di poter cambiare ma non c’è stato nulla“.

Quanto vale Berardi?

Berardi vale tanto tanto però fare le cifre, io non ho problemi a farle, ma è sempre difficile perché dipende dal momento, la società con cui hai trattativa, dipende da tante sensazioni.

Berardi poteva avere una valutazione attorno ai 30 milioni, l’anno prima avevamo avuta un’offerta da una società di 30 milioni. Rossonera? No, non ha mai trattato con noi Berardi.

Il Napoli? Era una società italiana. Penso che Domenico abbia fatto la scelta giusta e siamo stati felici entrambi. Berardi è un top sotto tanti aspetti, bisognerebbe conoscerlo bene“.

Marotta andò al Venezia, tu abbandoni il calcio…

Eravamo stati insieme a Ravenna. Il mondo del calcio è particolare e con i presidenti che avevo avuto modo di conoscere, io portavo delle opportunità di business a favore, e ti davano delle pacche sulle spalle, poi arrivavano i procuratori e tappeto rosso.

Allora era un sistema che andava analizzato bene. Per gli studi che ho fatto allora ho aperto una mia attività e ho preferito sospendere la parte sportiva, ho aperto un’attività di marketing nell’ambito dello sport e ho avuto modo di conoscere il calcio in un modo differente.

Questa attività ora è importante, credo sia tra le più importanti nell’ambito dei grandi eventi, ovvero Master Group Sport. È un po’ mia figlia.

Sono partito con una sola persona, che c’è tuttora, ma siamo cresciuti molto. Ho la fortuna di avere grandi collaboratori e stanno facendo grandi cose“.

Gestisci praticamente due attività…

Sono io il figlio del Sassuolo. Master Group gestiva la parte in Mapei, Mapei è la mia proprietà. Gestivamo la parte dello sponsor.

Mapei era la squadra di ciclismo più forte al mondo, è stata sponsor della Nazionale ai Mondiali del 2006.

Io mi sento parte della famiglia Squinzi ed è qualcosa di speciale perché è una famiglia straordinaria“.

Come sono stati i primi incontri con la famiglia Squinzi?

Noi ci siamo conosciuti nel mondo del lavoro. Quando il Sassuolo vinse la Serie B, la dottoressa Spazzoli moglie del dottor Squinzi, due persone fondamentali, era come se fossero una persona unica.

La dottoressa ci chiese un progetto marketing di quello che poteva essere il Sassuolo. Il primo anno di A nasce forse più da un progetto marketing che da un progetto tecnico. Noi gli presentammo un progetto e loro erano entusiasti.

C’era quello che poteva essere il Sassuolo nel corso degli anni, una visione più ampia. Dopo aver accettato il progetto, la dottoressa mi chiese se me la sentivo di prendere in mano il Sassuolo Calcio.

La mia prima risposta fu ‘no grazie’. Avevo un’attività in crescita, problemi famigliari che mi era già costato un matrimonio, ma dire di no a lei e al dottore era impossibile. Mi sentivo molto legato a loro.

Dopo un po’ di insistenza decisi di andare a Sassuolo. Non ci ero mai stato, misi il navigatore. Sapevo che aveva vinto un campionato di Serie B e i miei collaboratori di Master Group Sport mi dissero ‘attenzione perché abbiamo organizzato il cerimoniale della B’, il Sassuolo giocava in B a Modena e mi dissero che ci sono poche persone al seguito.

Io andai a vedere come erano organizzati. Brave persone all’interno, semplici ma con tanta voglia di lavorare. Vedendo l’organizzazione e conoscendo la proprietà, dopo aver detto più volte no alla dottoressa, la chiamai e dissi ‘dica a suo marito, parto adesso, vengo in ufficio, accetto la proposta di venire a Sassuolo‘.

Perché? Perché era una grande sfida ma conoscevo la famiglia Squinzi, ti fanno lavorare, che è una cosa anomala nel nostro mondo, loro mi hanno permesso di fare tutto, di prendere delle decisioni, di lavorare.

All’inizio avevo delle difficoltà perché quando si tratta di prendere un giocatore, spendere del denaro, non è roba mia, volevo avere il consenso, e il dottore mi diceva ‘Giovanni decida lei’ e questo mi ha permesso di lavorare in modo autonomo infatti la società, quando loro sono mancati e ora sono già 5 anni, è andata avanti allo stesso modo“.

Ora ci sono i figli…

Sì, perché oggi ci sono i figli che stanno proseguendo il lavoro dei genitori. L’azienda forse addirittura può avere una visione imprenditoriale diversa con i giovani.

Seguono la società. Veronica Squinzi è vicepresidente, Marco Squinzi è all’interno della squadra, ci seguono, sono vicini.

Quando sono mancati i genitori mi è stato detto ‘sei sempre stato considerato uno della famiglia, vai avanti come sempre hai fatto’. Un bellissimo attestato di stima.

Sono molto legato a loro. Quando parlo del dottor Squinzi a volte parlo ancora al presente perché lo sento ancora vicino“.

Cosa ti manca del dottore?

La telefonata. Tantissime volte mi chiamava la mattina. Io mi rendevo conto di quello che stavo facendo. Nella parte finale della telefonata mi diceva: ‘Giovanni, ma quando mi compra Messi’?”.

Lui era un grande appassionato di calcio, tifoso del Milan. In quegli anni vincemmo contro il Milan, fu esonerato Allegri, Berardi fece 4 gol.

Il dottore entrò negli spogliatoi e disse: ‘Ma tutti oggi li dovevi fare?’. Col passare del tempo però divenne sempre più tifoso del Sassuolo“.

Gli veniva regalata una targa dopo le vittorie con l’Inter?

Sì, è vero. La targa gli veniva regalata da Remo Morini, una figura istituzionale del Sassuolo, anche lui è una persona di famiglia.

C’è questo legame in questa società e ogni vittoria con l’Inter gli regalava una targhetta, ora ce ne sono diverse e speriamo di aggiungerne altre“.

A quali giocatori sei più legato?

“Ce ne sono due: uno è Locatelli e l’altro è Frattesi. Sono due ragazzi che ho cercato di accontentare al momento di cessione“.

E a quale cessione?

Ne abbiamo fatte parecchie, poi possono ballare 2-3 milioni in più, però 30-35-38-40. Il lato economico è importante ma non è determinante.

Locatelli ad esempio abbiamo rinunciato a qualcosa pur di non darlo all’Arsenal, ha fatto la sua scelta e lo abbiamo accontentato, perché poi il denaro vale fino a un certo punto“.

Scansuolo?

Faceva imbestialire perdere così tante partite! Tante volte si è pensato che con la Juve si facevano tanti affari ma non era così, noi ad esempio abbiamo fatto tante trattative con la Roma, anche quest’anno abbiamo preso Missori, Volpato, Vina.

Era un po’ un detto iniziale come se ci fosse questo legame particolare con la Juve, noi abbiamo la fortuna di avere legami buoni con tanti club di A“.

De Zerbi lo ha consigliato Sacchi?

De Zerbi io lo conosco da quando era ragazzino e giocava ai giovanissimi del Milan. Dovevamo cambiare allenatore, io ho un ottimo rapporto con Arrigo, e con lui un pomeriggio ci guardammo un po’ di partite e lui mi confermò e mi convinse anche che De Zerbi potesse essere l’allenatore giusto, per cui è stata una scelta fatta con Arrigo e insieme alla società“.

È il migliore che ha avuto il Sassuolo?

Con Di Francesco abbiamo fatto degli anni importanti, ci ha portato in Europa League. L’inizio poi è sempre difficile. Siamo a 11 anni consecutivi in A, è un’annata difficile questa e speriamo di rimanerci ancora.

Ogni allenatore ci ha aiutato a maturare, questa è una società giovane, abbiamo fatto tantissimo dallo stadio al centro sportivo.

Stiamo lavorando ogni giorno e dobbiamo correre perché siamo indietro rispetto ad altri club ma ora il Sassuolo è una società organizzata e organizzata molto bene“.

L’Europa è stato un miracolo sportivo, anche per via dei problemi al botteghino?

Nel nostro campionato ci sono sempre 6-7 squadre che giocano sempre le competizioni, devi essere bravo a rimanere lì, poi ti può capitare l’annata con qualche difficoltà alle squadre top, ma se guardi i campionati sono sempre le solite squadre a fare quelle competizioni.

Per cui è stato un miracolo ma noi proviamo ogni anno di riprovarci, non ci siamo dimenticati. Sassuolo è una piccola città, 40mila abitanti, ma abbiamo quasi 7mila abbonati.

A livello di incassi siamo quelli che incassano meno ma abbiamo anche una politica di prezzi bassi perché abbiamo l’obiettivo di portare le famiglie allo stadio“.

Come si sopravvive?

Grazie a una grande proprietà che ti insegna una cosa e ti dice: ‘la squadra deve essere gestita come azienda’ e non ci si può immaginare di perdere 50-100-150 milioni, tante società di calcio perdono denaro adesso perché il calcio è molto complicato.

Ci riusciamo con grande difficoltà ma speriamo di riuscirci ancora con un unico sistema: prendere i giovani, valorizzarli e poi rivenderli“.

Cosa non è andato bene quest’anno?

Credo che le motivazioni possano essere diverse. Sarebbe facile dire abbiamo venduto tanti giocatori e quelli che abbiamo preso hanno reso un po’ meno.

Avevamo delle ambizioni diverse, probabilmente qualche errore lo abbiamo fatto noi nella scelta e nelle cessioni, qualche colpa potrebbe averla anche il mister e i giocatori.

Dobbiamo assumerci delle responsabilità sapendo che all’inizio dell’anno pensavi di ottenere qualcosa di diverso.

Mancano diverse partite, dobbiamo lottare, non siamo abituati ma dobbiamo farlo in fretta, sapendo che abbiamo tanti giovani, dobbiamo stargli vicino, spronarli, e anche mister Ballardini può darci una mano, ma è una squadra unita, fatta di bravissimi ragazzi che devono fare del loro spirito una forza per uscirne fuori“.

L’esonero di Dionisi?

Non siamo abituati, ci è costato tanto! Quando tu credi in un allenatore e io sono convinto che mister Dionisi abbia tutte le possibilità per fare l’allenatore anche a livello alto, ha conoscenze, è una bravissima persona e c’è stato sempre un grande feeling e quando ci si lega e pensi che puoi superare questo momento, le difficoltà bisogna superarle assieme.

Troppo facile cambiare dopo qualche partita. Abbiamo cercato di fare sempre il massimo insieme, poi quando capisci che è necessario farlo…non dobbiamo attribuire tutte le colpe al mister. Per noi è stata una soluzione sofferente“.

Perché Ballardini?

In questa situazione è quello che ci può aiutare di più. Lo conosco da tantissimo tempo ma non ho mai avuto modo di conoscerlo bene come adesso.

Persona chiara, di poche parole, perché adesso servono idee precise e giuste, e avere delle rassicurazioni. Credo che ci possa dare una mano sperando che possa fare il massimo“.

 

 

 

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